Il razzismo enologico

Un modo particolare di scegliere il vino

In enoteca succede spesso. Più spesso di quanto si voglia ammettere.

Arriva il cliente, guarda lo scaffale, si ferma un attimo e poi parte deciso:
“Questo no.”
“Questo nemmeno.”
“Ah no, io quelli non li bevo.”

Non ha ancora letto un’etichetta, non ha chiesto nulla, non ha assaggiato niente.
Eppure ha già deciso.

Benvenuti nel mondo del razzismo enologico: quella curiosa abitudine di scartare vini interi — regioni, paesi, vitigni — per principio, più che per esperienza reale.

I patriottici

“Bevo solo italiano. I soldi devono restare in Italia.”

Posizione rispettabile, se non fosse che spesso finisce così:

  • vino italiano grande azienda, distribuzione globale
  • vino straniero piccola cantina familiare, magari più artigianale

Il risultato è paradossale: si difende un principio “etico” senza interrogarsi su cosa si sta realmente sostenendo.

Nel frattempo si esclude a priori metà del mondo del vino, senza nemmeno assaggiarlo.

I nostalgici del Sud

A Napoli questa categoria è un classico.

“Io bevo solo vini del Sud.”
“Il Nord non fa vini buoni.”

È la versione enologica di una contrapposizione che non ha più molto senso, ma che continua a sopravvivere per inerzia culturale.

Il problema non è amare i vini del proprio territorio — quello è sacrosanto.
Il problema è trasformare una preferenza in un rifiuto sistematico.

Come se il vino fosse una questione geografica e non il risultato del lavoro di una persona.

Quelli che “in quella regione non sanno fare vino”

Questa è forse la categoria più affascinante.

“Ah no, quella regione… non fanno vini buoni.”

Fine.

Una sentenza definitiva, spesso basata su:

  • una bottiglia bevuta male
  • un ristorante sbagliato
  • una serata storta
  • o, perché no, una vacanza andata male

Il vino diventa il capro espiatorio perfetto.

E qui torna un concetto fondamentale: il contesto conta.
Non si assaggia mai in condizioni neutre. Umore, compagnia, aspettative: tutto entra nel bicchiere insieme al vino.

Ma è molto più semplice dire: “non sono capaci”.

I talebani del vitigno

“Non bevo Merlot.”
“Lo Chardonnay non mi piace.”
“Quel vitigno non fa vini buoni.”

Qui il salto logico è notevole.

Si attribuisce la qualità del vino esclusivamente all’uva, ignorando completamente:

  • il produttore
  • le scelte agronomiche
  • la vinificazione
  • il contesto

È come giudicare un piatto solo dall’ingrediente principale, senza considerare chi lo cucina.

Il vitigno è una materia prima.
Il vino è il risultato di una trasformazione.

Il punto (senza fare i moralisti) è che in enoteca ci si ride sopra, ed è giusto così. Ma il tema è interessante.

Questi atteggiamenti hanno una cosa in comune: semplificano la scelta riducendo la complessità.

È umano. Davanti a uno scaffale con centinaia di bottiglie, il cervello cerca scorciatoie.
Il problema nasce quando queste scorciatoie diventano regole rigide.

E lì si smette di scegliere davvero.

In conclusione

Il vino è una delle poche cose che non ha senso giudicare “per categoria”.

Non esiste una regione che fa solo vini buoni.
Non esiste un vitigno che fa solo vini cattivi.
Non esiste un paese che merita di essere escluso a priori.

Esistono persone che fanno vino.
E bottiglie da assaggiare.

Il resto è, molto spesso, un modo elegante per non uscire dalla propria zona di comfort.

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