Il prezzo di una bottiglia di vino

Il prezzo di una bottiglia di vino : come interpretare quel numero accanto all’etichetta

Una delle domande che sento più spesso in enoteca è questa:

“Ma com’è possibile che due vini con la stessa uva, della stessa zona, a volte della stessa denominazione, abbiano prezzi completamente diversi?”

Ed è una domanda legittima.

Perché agli occhi del consumatore la situazione sembra assurda.

Due bottiglie con scritto Chianti Classico DOCG.
Entrambe Sangiovese.
Entrambe toscane.
Entrambe Gallo Nero.

Una costa 7 euro, l’altra 90, un’altra ancora 240.

E lì nasce il sospetto:

“Ci stanno prendendo in giro?”

La risposta sincera è:
a volte no.
A volte sì.
E molto spesso… dipende.

Perché il prezzo di una bottiglia di vino non nasce da un solo fattore ma da una somma gigantesca di scelte agricole, tecniche, commerciali, culturali e psicologiche. E soprattutto da una verità che nel vino molti fanno finta di non vedere:

l’uva è soltanto il punto di partenza. Non il punto di arrivo.

Perché se bastasse “la stessa uva”, allora dovremmo aspettarci che:

  • tutti i caffè abbiano lo stesso prezzo,
  • tutte le pizze costino uguale,
  • tutte le chitarre suonino allo stesso modo perché “sempre legno e corde sono”.

La realtà è che nel vino cambia tutto.

Ci sono aziende che producono vino pensando:

  • alla grande distribuzione,
  • alla costanza,
  • al prezzo aggressivo,
  • alla sopravvivenza economica.

E altre che lavorano pensando:

  • alla longevità,
  • alla reputazione,
  • alla critica internazionale,
  • al collezionismo,
  • alla costruzione del brand nei prossimi trent’anni.

E già qui stiamo parlando di due mondi diversi.

Poi arrivano i costi reali. La vigna può essere lavorata:

  • con macchine,
  • oppure quasi interamente a mano.

E credetemi:
la differenza economica è enorme.

Un ettaro gestito manualmente in certe zone collinari costa infinitamente di più di un vigneto pianeggiante meccanizzabile. Poi c’è la resa, altro tema che molti ignorano.

Due produttori possono avere la stessa denominazione ma fare quantità completamente diverse.

Uno magari produce:

  • 80 quintali per ettaro,
  • l’altro 45.

E quei 45 quintali significano meno bottiglie da cui recuperare tutti i costi dell’annata che si traduce che ogni bottiglia deve sostenere una quota molto più alta di lavoro, terra, rischi e tempo.

Poi arriva la cantina.

E qui il consumatore spesso immagina che il vino “si faccia da solo”.

Magari perché va molto di moda raccontare il vino come qualcosa che nasce magicamente “senza interventi”.

La realtà è che ogni scelta tecnica costa.

E costa anche scegliere di non fare qualcosa.

Vuoi fermentazioni lunghe?
Costa.

Vuoi controlli termici precisi?
Costa.

Vuoi non usare lieviti selezionati e rischiare fermentazioni spontanee più instabili?
Spesso costa ancora di più che usare quelli seezionati.

Vuoi illimpidire per gravità aspettando giorni?
Costa.

Vuoi chiarificare con proteine come caseina, colla di pesce  o albumina?
Costa meno in tempo ma cambia la personalità del vino. ( a proposito dell’albumina, per i detrattori dell’uso delle proteine in ambito enologico, anticamente, e in qualche caso ancora adesso, era uso comune aggiungere l’albume d’uovo per illimpidire la massa , soprattutto nei grandi rossi).

Vuoi usare poca SO₂?
Serve materia prima impeccabile, pulizia maniacale e enorme precisione tecnica.

Anche questo costa.

Perché il paradosso del vino moderno è bellissimo:

molti pensano che “fare meno” significhi spendere meno.

Spesso succede esattamente il contrario.

Poi arrivano:

  • il legno,
  • il tempo di affinamento,
  • il magazzino,
  • il capitale immobilizzato,
  • il vetro,
  • il tappo,
  • l’etichetta,
  • la distribuzione,
  • gli agenti,
  • le fiere,
  • il marketing,
  • la comunicazione.

E infine arriva la parte più scomoda di tutte, la vera nota dolente.

Il valore percepito.

Perché il vino non è soltanto agricoltura è anche lusso, simbolo, reputazione e desiderio;una bottiglia non costa solo per quello che contiene, costa anche per ciò che rappresenta. ed è qui che molti appassionati si arrabbiano, e che spesso inizia il lavoro di vende il vino e sposa una certa filosofia come la mia :

Perché sì:
esistono vini da 15 euro migliori di vini da 150.

Spesso, ma non è una regola assoluta i vini da 150 euro dietro hanno:

  • microproduzioni,
  • vigneti eccezionali,
  • decenni di reputazione,
  • richieste globali,
  • allocazioni,
  • collezionismo,
  • e dinamiche quasi da mercato dell’arte.

Il problema nasce quando si cerca una formula matematica assoluta che purtroppo non esiste.

Il vino non funziona come il listino di un bullone industriale ma come un oggetto culturale.

Ed è per questo che nello stesso scaffale possono convivere:

  • un Chianti Classico onesto da 8 euro,
  • un ottimo Chianti Classico da 25,
  • un grande Chianti Classico da 60,
  • e una bottiglia da 180 che magari metà del mondo rincorre perché ne esistono poche migliaia.

E no: non sempre il più costoso è il più buono a nemmeno il più economico è automaticamente “furbo” solo perché costa poco.

Perché anche dietro un prezzo troppo basso, spesso, qualche domanda bisognerebbe farsela tipo :

  • quanto viene pagata l’uva?
  • quanto è spinta la produzione?
  • quanto è industrializzato il processo?
  • quanto margine resta davvero al produttore?

Alla fine il prezzo del vino è una miscela pericolosa di: agricoltura, tecnica, tempo, rischio, territorio, mercato, narrazione, e psicologia umana.

Ed è proprio questo che rende il vino così affascinante.
E così terribilmente complicato da spiegare in uno scontrino.

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